Momenti di Saggia Pazzia

Controversia

Pubblicato in Poetando da Ciriola il gennaio 26, 2009

Il mondo vien da me spinto
Con forza e voga e passione.
Dell’animo mio faccio concessione,
Dalle mie paure vinto.

Con forza prendo il coraggio,
In un sol balzo mi metto in gioco
Tenendo fra le mani un mero miraggio.

MetaStasi

Pubblicato in Scritto Mentale da Ciriola il gennaio 26, 2009

Un ronzio. Nuovamente quel fastidioso ronzio. Pulsava incessantemente, nervosamente.
Spesso durava tutta la giornata, o quasi.
Una sensazione di improvviso calore sulle labbra. Aveva un retrogusto metallico.
Leccandosi avidamente al di sotto del naso poté finalmente gustare il suo sangue. Era dal giorno
prima che non gli portavano niente da bere. Il denso liquido si attaccò alle pareti riarse della gola,
procurandogli un intenso disagio, ma non aveva abbastanza saliva per poter deglutire e scacciarlo
via.
Strano, il ronzio era finito.
La mano poggiata sul ruvido e freddo pavimento incontrò improvvisamente qualcosa di umido.
Nella poltiglia riconobbe i resti del pasto serale. Non si era accorto di aver vomitato.
Il sangue riprese a scorrere copioso. Automaticamente portò in alto la mano, ma qualcosa glielo
impedì. Un gelido sferragliare gli ricordò chiaramente la sua condizione di recluso. Che buffo,
tendeva a dimenticarlo.
O forse non era poi così buffo, visto che ultimamente dimenticava molte cose.
Con entrambe le mani poggiate a terra si spinse delicatamente indietro, tendendo al limite le catene
che lo legavano ai polsi, fino a toccare con la schiena l’angolo formato dall’incrociarsi di due pareti,
stoicamente decise ad arrestare i suoi movimenti.
Si sentiva al sicuro li in mezzo, come se potessero sostenerlo, accudirlo, coccolarlo. Ostinarsi a
voler provare emozioni sconosciute non pareva intimidirlo troppo. In effetti non aveva molto da
perdere.
In lontananza udì un ovattato rumore di passi. Ne sentì perfino le vibrazioni, accostando l’orecchio
ad una parete.
In un mondo costantemente silenzioso, nell’incessante ottundersi della mente, quei passi
significavano ogni volta speranza. Speranza di vita, speranza di salvezza. Spesso vana speranza.
Ad una decina di metri da lui venne improvvisamente spalancata una porta. Corrente fredda investì i
suoi piedi scoperti per scomparire nel momento in cui la porta si richiuse. Questa volta fu udibile il
rumore di una chiave girare nella toppa. Chiunque fosse entrato non sarebbe uscito senza permesso.
Ma la cosa non lo stupì, di solito era così. Come per ogni vana speranza.
«Sgorbio, dobbiamo infilarti un ago nel braccio, questione di pochi minuti, quindi non frignare
come tuo solito» la voce atona, gelidamente spietata. Apparteneva ad una donna.
Una ferrea morsa gli cinse il polso destro mentre gli veniva sollevato a forza il braccio all’altezza
della spalla. Tentò di ribellarsi, ma era troppo debole.
Improvvisamente la presa sul braccio cessò per spostarsi sulla mandibola, orientandogli il capo.
«Ti è uscito di nuovo il sangue dal naso» osservò intelligentemente la donna «Stai peggiorando».
Poté quasi percepire l’alzata di spalle dell’aguzzino. «Fortuna che non sei il mio incarico, eh?!».
La donna rise volgarmente alla trovata di spirito. Erano in due nella stanza, ma ci fossero state altre
persone probabilmente neanche loro l’avrebbero trovata una battuta particolarmente illuminata.
Un conato di vomito lo scosse, contraendogli la gola. Non essendoci nulla da rigettare poté solo
emettere degli striduli e sofferenti rantoli. La presa della donna si era istantaneamente ritratta per
tornare sul suo braccio. Immaginò che la prospettiva di farsi imbrattare non l’allettasse.
Aspettò passivamente l’arrivo della stilettata di dolore. Quella sadica sicuramente avrebbe sorriso
nel conficcargli l’ago fra le carni, provava vero piacere nell’infliggere sofferenza.
E dolore fu, ma grazie ad un tremendo schiaffo che gli rigirò il capo, confondendolo.
«Vedo che ti sei dimenticato le buone maniere. Ti ho detto mille volte che devi salutarmi quando
entro in questo letamaio. Ho persino aspettato prima di punirti. Adesso ringraziami per la mia
generosità!»
Un mugugno indistinto scaturì dalle sue labbra tremanti. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva.
Un secondo schiaffo seguì implacabilmente al primo, assieme a nuovi improperi.
«Bash-bashta… Sciedo peddoni, no-non fa me male»
Una grottesca risata proruppe dalla donna, generando fastidiose risonanze nella stanza.
«Bene, vedo che stai imparando a comportarti come si confà ad un ospite d’onore» fece notare con
voce provocante
Senza preavviso arrivò l’attesa penetrazione. I nervi gli esplosero in un’agghiacciante agonia. La
sensazione di qualcosa di freddo che gli s’insinuava voracemente nel corpo portando con sé
strascichi di sofferenza andò velocemente a sostituire l’intenso dolore.
Cercò disperatamente di urlare la sua protesta ma non trovò nemmeno il fiato per tossire.
Finalmente l’ago si ritrasse con un suono molliccio, generandogli un brivido. Sentì la donna levarsi
in piedi e lisciarsi le pieghe del camice. I suoi passi si allontanarono. Tre sonori colpi alla porta e
questa venne aperta. L’ennesima folata d’aria ebbe accesso alla stanza, violentandolo.
La porta venne richiusa, i passi si allontanarono. Tutto tornò silenzio.
Lo avevano lasciato solo, solo con i suoi incubi che adesso cominciavano ad assalirlo.

Morti, dolore, figli strappati alle loro madri, esplosioni, enormi esplosioni, membra gettate in aria.
Una donna lo accarezza, gentile. Adesso viene sventrata ed i suoi caldi intestini lo riscaldano,
amorevoli. Un volto lo fissa ridendo, si trasforma in una casa in fiamme. Urla di sofferenza. Un
padre che stupra la figlia. Se stesso in una cella…

Cercò di artigliarsi gli occhi ma incontrò due orbite vuote. Doveva fermarlo.
Senza più pensare, velocemente impazzendo, prese a martellare violentemente la testa sulla vicina
parete. Una volta, due volte, tre volte.
Sangue sgorgava da un profondo taglio sul sopracciglio, una sensazione di stordimento lo assaliva.
Rovinò a terra, generando una piccola polla di sangue. Rigirandosi, ormai incosciente, rischiò di
affogare nella sua stessa, viscosa, linfa vitale.

Eppure quel bambino di appena tre anni era così importante…